Era il 2006, avevo 13 anni e stavo per scoprire che la mia vita sarebbe cambiata.
Eravamo in gita scolastica sul Lago di Garda, in visita al Vittoriale degli Italiani, la casa di D’Annunzio. Da qualche tempo avevo sempre sete, bevevo continuamente tè zuccherato e chiedevo spesso di andare in bagno. A un certo punto, la mia amica Vittoria, scherzando, mi disse: «Eh, avrai il diabete!».
Io, senza pensarci troppo, le risposi: «Beh, se ho il diabete mi butto giù dalla finestra». Una battuta, certo, ma forse anche il riflesso della paura di una ragazzina che non sapeva nulla di quella malattia. Tornata a casa, chiesi a mia mamma di portarmi dal medico. Lei, seduta sul divano, mi rispose: «Ma va, cosa dici? Non dire cavolate!». Io però insistetti e alla fine andai con mio papà. Il medico mi fece una glicemia pungendomi un dito: 368. Ricordo ancora la sua espressione. Diventò pallido e disse: «Visita urgente in diabetologia». Da lì, tutto cambiò. Mia mamma mi raggiunse in diabetologia e ci mettemmo a piangere entrambe. Quella giornata fu un susseguirsi di informazioni, spiegazioni, iniezioni da imparare a fare, insulina, pasti regolari e carboidrati da contare.
Avevo solo 13 anni e dovevo imparare a convivere con il diabete, qualcosa che non conoscevo e che, in quel momento, mi faceva paura.
La diagnosi di diabete: la fortuna di averlo scoperto in tempo
Col tempo ho capito quanto sia importante riconoscere i segnali del diabete: sete intensa, bisogno frequente di urinare, stanchezza insolita e perdita di peso senza una ragione apparente.
Mi considero fortunata ad aver ricevuto la diagnosi prima che la situazione diventasse più grave. Ho conosciuto persone che sono arrivate alla diagnosi in condizioni molto più difficili. Per questo penso sia importante parlarne e informare: conoscere i sintomi del diabete può davvero fare la differenza.
Vivere con il diabete: per anni ho preferito nasconderlo
Per molto tempo ho vissuto il diabete come qualcosa da tenere per me. Lo nascondevo agli amici e alle persone che conoscevo, quasi fosse una parte di me che non volevo mostrare. Non era necessariamente vergogna, forse era semplicemente il mio modo di affrontare la malattia. Non volevo sentirmi diversa, non volevo dover dare spiegazioni, rispondere a domande o essere vista soltanto attraverso il diabete. Poi, circa tre anni fa, qualcosa è cambiato.
Ho iniziato a cambiare mentalità, a parlarne apertamente e a renderlo una parte visibile della mia vita. Ho iniziato a portare il microinfusore senza cercare di nasconderlo, ho aperto una pagina social e ho cominciato a condividere la mia esperienza. Non perché avessi tutte le risposte, ma perché avevo capito quanto potesse essere importante parlarne.
Oggi penso che anche una frase che a me sembra banale, un piccolo consiglio o semplicemente mostrare la normalità della mia quotidianità possano essere importanti per qualcuno. Magari per una persona che ha appena ricevuto la diagnosi, per chi non ha ancora accettato la malattia o per chi si sente solo e diverso. Forse quello che per me è ormai normale, per qualcun altro può rappresentare un primo passo per sentirsi meno solo. Ed è anche questo che mi spinge a raccontarmi: se la mia esperienza può essere utile anche a una sola persona, allora vale la pena condividerla.
Diabete e sport: dalla palestra alla corsa
La mia vita è andata avanti. Ho continuato a ballare, fino a quando, a 17 anni, ho smesso. Poi mi sono iscritta in palestra con un’amica e, senza immaginare dove mi avrebbe portata quella scelta, ho iniziato un percorso che mi ha condotta a lavorare nel mondo del fitness e ad aprire la mia palestra a soli 24 anni.
In tutto questo, il diabete è sempre stato presente. Non sempre semplice da gestire, ma nemmeno qualcosa che mi ha impedito di costruire la vita che desideravo. Negli anni ho imparato una cosa: davanti a ogni problema bisogna cercare una soluzione. Essere positiva non significa fingere che tutto sia facile, ma provare a trovare un modo per affrontare anche le giornate più complicate.
Negli ultimi anni ho scoperto anche la corsa. Correre con il diabete significa pensare a tante cose in più: controllare la glicemia, valutare l’insulina, gestire gli imprevisti e imparare ad ascoltare il proprio corpo. A volte, mentre gli altri pensano soltanto a correre, io devo fare anche tutti questi ragionamenti. Ma questo non rende la mia corsa meno bella, né i miei traguardi meno importanti.
Il diabete non è un limite
Non voglio raccontare la mia storia come se fosse sempre stato tutto facile. Ci sono state paure, difficoltà e momenti in cui avrei preferito non dover pensare continuamente a tutto questo. Ma oggi il diabete è una parte di me, non è tutto ciò che sono. Per anni ho cercato di tenerlo nascosto. Oggi scelgo di parlarne, di mostrarlo e, quando posso, di trasformare la mia esperienza in qualcosa che possa aiutare gli altri.
Non possiamo sempre scegliere quello che ci succede, ma possiamo imparare a trovare il nostro modo di affrontarlo. E se c’è una cosa che vorrei trasmettere con la mia storia è proprio questa: il diabete può complicarti la strada, può chiederti attenzione e pazienza, ma non deve decidere chi sei e fin dove puoi arrivare.
Il diabete non è un limite.
Questo contenuto riflette esclusivamente l’esperienza personale dell’autore/autrice. Non ha lo scopo di dare consigli medici, né di sostituire il parere di un professionista.