Ad aprile 2021 avevo soli ventiquattro anni. In quel momento, l’unica rassicurazione che avrei voluto ricevere riguardava l’impatto che avrebbe avuto il diabete sulla mia vita sociale. Certo, una volta tornata a casa da quella visita medica, sarebbero sopraggiunte ansie e paure di ogni tipo. Ma in quel momento, in quell’angusto studio medico, con mamma a stringermi la mano, e papà sull’uscio della porta, quasi a non voler accedere in quel dolore e in quel senso di impotenza così grandi, non sapevo ancora quanto dolore e quanto impegno ci sarebbero voluti, e mi chiedevo solo “Potrò ancora bere una birra dopo il lavoro?”.

I medici erano cauti, mi davano quelle che io definisco “non risposte”.
A ogni rassicurazione su come sarebbe stata la mia vita, seguiva sempre quella odiosa postilla: “certo, ma con moderazione!”.
Dall’impellente necessità di sapere cosa mi sarei dovuta aspettare da questa nuova vita, nacque diabete_intavola, un profilo che aveva come unico scopo quello di mettermi in contatto con altre persone con diabete, persone che mi potessero dare vere risposte e con cui confrontarmi.

La diagnosi e la sensazione di dover reimparare tutto

Conosco bene il dolore, l’impotenza, ma soprattutto la sensazione di dover imparare di nuovo tutto da zero, che seguono una diagnosi. Non basterebbe rinchiudere il proprio diabetologo in una stanza e bombardarlo di domande fino a notte, perché una cosa l’ho imparata: non si impara a convivere con il diabete solo imparando a fare la conta dei Cho o la giusta dose di insulina.
Ecco, quindi, le mie 5 cose che avrei voluto sapere prima sul diabete.

1. Il controllo non è tutto: trovare il proprio equilibrio


Per vivere bene con la malattia non basta imparare a gestire l’insulina, la glicemia ed il cibo. Non basta vedere un time in range perfetto se il raggiungimento di quel risultato ha richiesto, per te, rinunce troppo costose. Se ho dovuto dire di no ad un’occasione speciale, se ho passato il giorno a consultare compulsivamente l’applicazione per il controllo della glicemia, se ho fatto correzioni su correzioni, quanto mi è costata quella linea retta sul grafico? Non esiste, quindi, un time in range ideale, un valore di glicemia, prestabilito, a cui aspirare. Esiste un time in range ideale per te, un giusto equilibrio tra la gestione della malattia e la tua vita.

2. Il diabete richiede un approccio multidisciplinare

Il diabete richiede un approccio multidisciplinare. Per affrontare il nemico, è necessario conoscerlo.  Lo so, hai letto questa frase e hai dato per scontato che il nemico fosse il diabete, ma non è così.
Spesso siamo i primi nemici di noi stessi, e l’accettazione di un cambiamento così profondo non è semplice. Prendersi cura della propria salute mentale fa parte della terapia.

Allo stesso tempo, come puoi gestire la tua glicemia se non conosci ciò che mangi? I percorsi nutrizionali, contrariamente a quanto comunemente si pensa, non servono solo per punirsi e perdere peso, ma anche per educarsi a una buona e corretta alimentazione, indispensabile per la nostra patologia. Ultimo, ma non per importanza, lo sport. 

3. Cambiare prospettiva senza romanticizzare la malattia

Prova a vedere le cose da un’altra prospettiva. Terapia, sport e corretta alimentazione non sono un’agonia a cui il diabete ti ha condannato. Puoi provare a vederla così: il diabete mi ha aperto gli occhi su quanto sia importante quotidianamente prendermi cura della mia salute sotto ogni punto di vista. Ad ogni seduta di terapia germoglia in me un nuovo seme, ad ogni sessione di allenamento in palestra ho assunto un’invisibile pillola che mi garantirà longevità e benessere, ad ogni scelta alimentare consapevole ho trattato il mio corpo con lo stesso rispetto e la stessa attenzione che dedico al mio aspetto esteriore.

Lungi da me l’ipocrisia di voler anche solo insinuare che in una diagnosi, di qualunque tipo, ci sia qualcosa di positivo, ma quando sarà passato qualche anno dalla diagnosi, domandati: “Sarei io senza diabete? Questa diagnosi mi ha spinta a prendere delle decisioni positive per me stessa?”

4. Chiedere aiuto significa sapersi raccontare

Per farsi aiutare è necessario avere il coraggio di raccontarsi.
Possiamo ufficialmente dire che è una baggianata pensare che gli altri debbano sempre capirci?  No, gli altri non sono indovini, possono essere distratti dalle proprie vite o possono semplicemente non cogliere o non saper decifrare i nostri segnali. Se noi non ci esprimiamo, gli altri non hanno la colpa di non comprenderci.

5. Quando il rumore diventa sottofondo

Hai presente la sensazione di voler tirare un gancio nelle gengive a tutti coloro che, all’esordio, non facevano altro che dirci “ci farai l’abitudine”? Ti giuro che se me l’avessero detto, non ci avrei creduto nemmeno io, ma devo a malincuore confermare che, un giorno, gli darai ragione.  La siringa, il cambio sensore, l’allarme della glicemia entrano a far parte di una routine, non meno dolorosa, ma più silenziosa.

Se all’inizio vivere con il diabete era come stare sotto cassa ad un rave, vivere costantemente con una musica assordante che ti impedisce anche solo di ascoltare i tuoi pensieri, oggi è come la noiosa musichetta di una sala d’attesa.
Certo, se qualcuno la spegnesse sono certa che pronuncerei un sospiro di sollievo, ma non è altro che un rumore di sottofondo.

Laura Sdao

Questo contenuto riflette esclusivamente l’esperienza personale dell’autore/autrice. Non ha lo scopo di dare consigli medici, né di sostituire il parere di un professionista.