Viaggiare con il diabete di tipo 1 significa imparare a convivere con una presenza che non va mai in vacanza.
Quando ho deciso di partire per il Giappone, sapevo che non sarebbe stato un viaggio come tutti gli altri. Non perché il diabete mi impedisse di viaggiare, ma perché, insieme alla valigia, avrei dovuto preparare anche tutto ciò che mi serve per gestire la mia quotidianità: insulina, sensori, dispositivi, scorte e tutto quello che normalmente porto con me senza pensarci troppo.
Eppure, tra l’organizzazione e qualche preoccupazione, c’era soprattutto una grande voglia di partire.
Viaggiare con il diabete di tipo 1: tutto il necessario
Quando viaggio, la mia valigia non contiene solo vestiti.
Devo pensare anche a insulina, sensori, aghi, dispositivi di ricambio e a tutto il necessario per gestire il diabete durante il viaggio. Porto sempre qualche scorta in più, perché gli imprevisti possono capitare.
Prima di partire per il Giappone ho pensato anche all’assicurazione di viaggio. Avere una copertura sanitaria adeguata mi ha permesso di partire più tranquilla, sapendo di poter contare su assistenza anche lontano da casa. Con il diabete di tipo 1 è importante leggere bene le condizioni della polizza e verificare la copertura per eventuali patologie preesistenti. Insomma, viaggiare con il diabete richiede un po’ più di organizzazione, ma per me significa soprattutto prepararmi bene per poter poi vivere il viaggio con maggiore serenità.
Il lungo viaggio verso il Giappone: diabete e fuso orario
Poi è arrivato il momento della partenza.
Un volo così lungo significa anche affrontare un cambiamento importante di orari e di fuso, un altro elemento da considerare quando si viaggia con il diabete di tipo 1.
Durante il viaggio ho cercato di rilassarmi e sapere che, dopo giorni di preparazione, avevo tutto il necessario è stato di grande aiuto.
La fase successiva, avendo il microinfusore, sarebbe stata modificare l’orario per gestire meglio pasti e sonno. E finalmente, dopo tante ore, il Giappone era lì.
Tokyo: tra luci, folla e glicemie
La prima impressione è stata quella di trovarmi dentro un mondo completamente nuovo. Tokyo mi ha conquistata con le sue luci, i suoi colori, i treni, le persone e quell’energia che sembra non fermarsi mai. Ho camminato tantissimo, molto più di quanto faccia normalmente, e ogni giornata è stata una nuova scoperta.
Il diabete era con me, come sempre, ma non mi ha impedito di vivere tutto questo.
Controllavo il sensore, tenevo sempre con me qualcosa per le eventuali ipoglicemie e, quando ne avevo bisogno, mi fermavo. Per le ipoglicemie ero molto tranquilla, perché ho scoperto una fantastica abitudine giapponese che mi ha rasserenata: ci sono distributori automatici di bibite praticamente in ogni angolo della città, perfino nei posti più nascosti. Una manna dal cielo, pensando di non dovermi portare necessariamente tutto dietro e sapendo che, girando l’angolo, avrei potuto trovarne uno.
Mangiare in Giappone con il diabete di tipo 1
Anche il cibo è stato una bellissima scoperta.
Sushi, riso, noodles, dolci, fritti. Non sempre era semplice sapere con precisione quanti carboidrati ci fossero, ma ho imparato ad adattarmi e a fare delle stime. Non potevo controllare tutto, ma potevo ascoltare il mio corpo e, considerando anche le lunghissime passeggiate, ho pensato un po’ meno al diabete e mi sono goduta di più l’esperienza, esattamente come farebbe una persona normoglicemica.
Il Giappone che non avevo immaginato
La cosa più bella è stata accorgermi di quanto spesso il diabete passasse in secondo piano. Ero troppo impegnata a meravigliarmi davanti a un tempio, a fotografare un paesaggio, a perdermi tra le strade di Tokyo o a provare qualcosa di nuovo. Il diabete c’era, certo, ma non era il protagonista. Questo viaggio mi ha fatto capire che organizzarsi non significa limitarsi. Al contrario, significa prepararsi per sentirsi liberi di vivere le proprie esperienze.
Viaggiare con il diabete non significa avere tutto sotto controllo
Non è stato tutto perfetto, ed è proprio questo il bello.
Ci sono state glicemie alte, qualche ipoglicemia e momenti in cui ho dovuto cambiare programma o semplicemente fermarmi. Ma ho imparato a non vivere questi momenti come fallimenti.
Una glicemia fuori range non poteva cancellare una giornata meravigliosa. Mi fermavo, gestivo la situazione e poi tornavo a godermi quello che avevo davanti.
Perché viaggiare significa anche accettare che non tutto può essere perfetto.
Tornare a casa dopo un viaggio dall’altra parte del mondo
Quando sono tornata, ho portato con me fotografie, ricordi e una consapevolezza ancora più forte: il diabete di tipo 1 fa parte della mia vita, ma non decide dove posso andare. Il Giappone mi ha dimostrato che posso prendere un aereo, attraversare mezzo mondo, camminare per ore, affrontare un fuso orario, provare nuovi cibi e vivere un’avventura indimenticabile.
Devo solo organizzarmi un po’ di più, ascoltarmi e prendermi cura di me. La mia valigia era piena di insulina, sensori e dispositivi, ma soprattutto era piena di entusiasmo. E oggi, quando penso al Giappone, non penso al diabete che mi ha accompagnata.
Penso a me che sono partita.
A me che ho vissuto.
A me che sono tornata con ancora più voglia di scoprire il mondo.
Questo contenuto riflette esclusivamente l’esperienza personale dell’autore/autrice. Non ha lo scopo di dare consigli medici, né di sostituire il parere di un professionista.