Ci sono gesti che tutti compiamo senza pensarci: bere un bicchiere d’acqua, mangiare un pasto, dormire. Sono azioni così naturali che sembrano quasi automatiche.
E in effetti il nostro corpo svolge continuamente funzioni che non richiedono nessuna decisione consapevole: il battito del cuore, la crescita dei capelli e delle unghie, la produzione di ormoni, enzimi, saliva e succhi gastrici. Sono processi fisiologici che avvengono ogni giorno senza che ce ne accorgiamo.
Tra questi c’è anche la produzione di insulina, un ormone prodotto dalle cellule beta del pancreas, fondamentale per regolare la quantità di glucosio presente nel sangue.
Nel diabete di tipo 1 questo meccanismo si interrompe: il corpo non è più in grado di produrre autonomamente insulina e questa deve essere introdotta dall’esterno attraverso penne o microinfusori.
Un processo che normalmente sarebbe automatico diventa così una responsabilità quotidiana fatta di calcoli, decisioni e continue correzioni.
Ed è proprio qui che nasce la difficoltà più grande: trovare un equilibrio.
Quando la glicemia scende troppo
La glicemia può oscillare tra valori troppo alti, chiamati iperglicemie, e valori troppo bassi, chiamati ipoglicemie.
Per capire meglio cosa significa, vi spiego alcuni numeri. In una persona senza diabete la glicemia si mantiene generalmente tra circa 70 e 140 mg/dL, con variazioni normali durante la giornata. Si parla di ipoglicemia quando il valore scende sotto i 70 mg/dL.
Quando la glicemia continua a diminuire, però, la situazione può diventare più seria. Sotto i 54 mg/dL si parla di ipoglicemia clinicamente significativa, mentre valori molto bassi possono portare a importanti alterazioni della lucidità, convulsioni e perdita di coscienza.
Io quei numeri li conosco bene.
Sono Fabiola, ho 33 anni e convivo con il diabete di tipo 1 da 21 anni. Sono titolare e istruttrice di una palestra e la mia più grande passione è la corsa. Ho partecipato a diverse maratone e lo sport è diventato il mio modo per prendermi cura di me stessa, mettermi alla prova e imparare a gestire al meglio la mia glicemia.
Una delle mie paure più grandi, però, rimane sempre la stessa: l’ipoglicemia.
Mi è capitato più volte di arrivare sotto i 40 mg/dL. In quei momenti il mio corpo sembra entrare in una modalità di sopravvivenza: il mio cervello rallenta, le mani tremano, inizio a sudare, i battiti accelerano, i pensieri diventano confusi e anche le azioni più semplici mi richiedono uno sforzo enorme.
L’ipoglicemia durante il lavoro
Quando sono in palestra al lavoro durante una lezione, la musica è alta, l’energia è alle stelle e io mi sento completamente coinvolta dalle persone che si stanno allenando con me. Ma quando arriva l’ipoglicemia, improvvisamente, qualcosa cambia.
L’entusiasmo diminuisce, le parole iniziano a confondersi, faccio fatica a spiegare un esercizio, mi sento “svarionata”, come dico sempre. Le mani iniziano a tremare e il microinfusore, l’apparecchio che utilizzo per somministrare l’insulina, comincia a suonare.
Inizialmente cerco di tenere sotto controllo la situazione.
Sto lavorando, devo essere professionale, mi ripeto. Continuo la lezione cercando di ignorare quell’allarme che insiste. Ma lui continua a suonare e arriva inevitabilmente il momento in cui qualcuno si accorge che qualcosa non va.
A quel punto non posso più fingere.
Vado a prendere una Coca-Cola, mi fermo e la bevo davanti a tutti.
È proprio quel momento che pesa di più. Non solo perché il mio corpo mi obbliga a fermarmi, ma per come mi fa sentire. Provo tristezza, frustrazione e a volte anche un senso di umiliazione. Sono costretta a interrompere qualcosa che amo, qualcosa per cui le persone hanno scelto di affidarsi a me. In quel momento sento una profonda impotenza.
Quello che gli altri non vedono
La parte più difficile è quando sono con altre persone.
Da fuori spesso si vede solo una persona che si ferma, beve qualcosa di zuccherato e dopo qualche minuto dovrebbe stare meglio. Ma dentro sta succedendo molto di più.
Durante un’ipoglicemia faccio fatica anche a sostenere una conversazione. Le parole arrivano lentamente, concentrarmi diventa difficile e spesso non riesco nemmeno a spiegare quanto sto male.
Chi mi sta vicino non può vedere quello che succede dentro di me. Vede solo la Coca-Cola, lo zucchero, la pausa. Non vede la confusione, la paura e lo sforzo enorme che sto facendo per tornare a stare bene. Quel momento sembra infinito.
Ipoglicemia e corsa
Quando corro succede la stessa cosa.
Se la glicemia inizia a scendere nasce una lotta dentro di me: non voglio rallentare, non voglio fermarmi e a volte non vorrei nemmeno prendere gli zuccheri che porto sempre con me. La mente vuole continuare, ma il corpo chiede aiuto.
E poi c’è quella fame incontrollabile che solo chi ha vissuto un’ipoglicemia può capire. Non è il normale appetito. È un bisogno urgente, quasi istintivo. In quei momenti mangerei qualsiasi cosa: dolce, salato, senza distinzione e senza riuscire a sentirmi davvero sazia. È una sensazione difficile da spiegare, perché sembra di perdere completamente il controllo.
Ipoglicemia in viaggio
Anche viaggiare richiede attenzione costante. Cambiano i ritmi, il cibo, il movimento, gli orari e devo modificare continuamente le dosi di insulina, adattare il microinfusore e cercare di prevenire gli sbalzi.
Porto sempre con me una fonte di zuccheri, come bustine di zucchero o una Coca-Cola, perché so che potrebbe servire in qualsiasi momento.
Quando l’ipoglicemia arriva durante un viaggio, però, il pensiero va anche alle persone che sono con me. Mi sembra di rallentare gli altri, di essere un peso, anche se so che spesso questa è solo una sensazione.
L’imprevedibilità del diabete
Ci sono poi momenti in cui provo rabbia.
Succede quando l’ipoglicemia arriva perché ho sbagliato a calcolare la dose di insulina durante un pasto. La cosa più frustrante è che non sempre è davvero un errore.
A volte faccio la stessa dose per lo stesso identico cibo e un giorno funziona perfettamente, mentre il giorno dopo no. Perché il diabete non è una formula matematica.
Ci sono tantissime variabili che influenzano la glicemia: la temperatura, le emozioni, lo stress, se ho fatto sport, se ho il ciclo, se sono al mare, se ho passato la giornata a muovermi o anche semplicemente se ho pulito casa.
Tutto può cambiare il modo in cui il mio corpo reagisce all’insulina. Ed è proprio questa imprevedibilità una delle fatiche più grandi. Non puoi mai abbassare completamente la guardia. Devi osservare, prevedere, correggere e ricominciare. Ogni giorno.
È una lotta continua e, a volte, è semplicemente stancante.
Fermarsi quando serve
Gli sbalzi glicemici influenzano anche il mio carattere. Sono sempre stata una persona molto attiva, che non ama fermarsi. Per anni ho pensato che fermarmi fosse un segno di debolezza.
Il diabete mi ha insegnato invece qualcosa di diverso: fermarsi quando serve è una forma di forza.
Per me l’ipoglicemia non è solo un valore basso sul sensore. È quella freccia rossa che continua a puntare verso il basso. Sono gli allarmi insistenti che a volte vorrei spegnere e allontanare anche solo per qualche secondo. È cercare di mantenere il controllo quando il tuo corpo sembra sfuggirti. È vedere il mondo continuare ad andare veloce mentre tu rallenti.
È confusione. È fare il doppio della fatica per compiere gesti che fino a pochi minuti prima erano semplici. È guardarsi allo specchio e non riconoscersi: il viso pallido, le occhiaie, lo sguardo spento. È esserci, ma non sentirsi completamente presenti. L’ipoglicemia è una battaglia silenziosa.
Da fuori si vede una persona che beve una Coca-Cola o mangia una bustina di zucchero. Da dentro, invece, è una corsa contro il tempo, contro il proprio corpo e contro la paura di perdere il controllo. Se con queste parole sono riuscita a farvi intravedere anche solo una piccola parte di quello che significa convivere con un’ipoglicemia, allora avrò raggiunto il mio obiettivo.
Questo contenuto riflette esclusivamente l’esperienza personale dell’autore/autrice. Non ha lo scopo di dare consigli medici, né di sostituire il parere di un professionista.