Avevo 13 anni quando il diabete di tipo 1 è entrato nella mia vita.
A 13 anni dovresti pensare alla scuola, alle amiche, alle prime cotte, a cosa fare il pomeriggio. Io ho iniziato a pensare anche alla glicemia. E se oggi, da adulta, riesco a gestire molte situazioni con una certa naturalezza, a volte mi basta ricordare alcuni momenti della mia infanzia per rendermi conto di quanto sia stato grande il cambiamento.
Perché il diabete di tipo 1 non cambia soltanto il modo in cui mangi.
Cambia il modo in cui pensi al cibo.
Quando il pranzo a scuola era semplicemente un panino
Prima del diabete, il mio pranzo a scuola era una cosa semplice. Portavo il mio pranzo al sacco e dentro c’erano spesso pezzi di pizza, oppure il solito panino alla mortadella o al salame.
Non mi chiedevo niente.
Non pensavo alle quantità.
Non pensavo a quanti carboidrati ci fossero.
Non pensavo a cosa sarebbe successo alla mia glicemia dopo aver mangiato.
Era semplicemente il mio pranzo. Poi è arrivato il diabete. E anche il pranzo a scuola è cambiato. Mi ritrovavo a portare insalata, riso, alimenti che prima mi sembrava quasi strano mangiare a scuola. Non perché fossero necessariamente cose brutte.
Ma perché erano diverse.
Io ero diversa.
E c’era un altro dettaglio che ricordo perfettamente. Quella borsa enorme che mi portavo dietro quando dovevo andare in bagno prima di mangiare.
Dentro c’era tutto il mio kit.
Il necessario per misurare la glicemia.
L’insulina.
Tutto quello che mi serviva per poter mangiare.
Mentre gli altri magari tiravano fuori il panino dallo zaino e iniziavano a mangiare, io dovevo prima andare in bagno, preparare tutto, controllare la glicemia, fare l’insulina.
Poi potevo tornare al mio pranzo. Avevo 13 anni. E già dovevo organizzare una parte della mia giornata pensando a qualcosa che gli altri ragazzi della mia età non dovevano nemmeno considerare.
Imparare a mangiare di nuovo con il diabete di tipo 1
Quando hai il diabete, non è semplicemente una questione di “mangiare sano”.
Devi imparare a capire come il cibo influenza il tuo corpo e la glicemia.
Io sono cresciuta in una famiglia che non aveva mai avuto una particolare attenzione all’alimentazione.
Da piccola mangiavo carne di maiale, fritti, pizza, poca verdura e tante cose che facevano semplicemente parte della nostra quotidianità. Dopo la diagnosi, ho dovuto cambiare.E l’ho dovuto fare in gran parte da sola. La mia famiglia non ha cambiato il proprio modo di mangiare insieme a me. Io dovevo imparare a gestire il diabete, mentre intorno a me le abitudini erano rimaste le stesse. E questa è una cosa che, crescendo, ho sentito parecchio.
Forse anche per questo oggi, quando qualcuno cucina per me e presta attenzione al fatto che quel cibo dovrà essere adatto alla mia gestione del diabete, provo una sensazione difficilissima da spiegare. Per me è qualcosa di bellissimo. Perché significa che qualcuno ha pensato a me.
Ha pensato alle mie esigenze. Ha fatto attenzione a qualcosa che, da bambina, spesso sentivo di dover gestire da sola.
Io non “non posso mangiare”
C’è una frase che non mi è mai piaciuta: “Tu non puoi mangiare questo, hai il diabete.” No. Non è così. Io posso mangiare tante cose. Devo imparare a gestirle.
Questa differenza per me è fondamentale.
Perché non voglio vivere con una lista di divieti.
Non voglio che il diabete significhi rinunciare a tutto quello che mi piace. Voglio avere gli strumenti per poter scegliere. Certo, ci sono momenti in cui so benissimo che sarebbe più semplice evitare determinate cose.
Gli aperitivi, per esempio.
Ci sono alimenti che so essere più difficili da gestire, soprattutto quando non conosco bene le quantità o gli ingredienti. Ma a volte ho bisogno anche di leggerezza.Di sedermi con gli amici. Di mangiare qualcosa senza trasformare ogni momento conviviale in un calcolo. E allora magari lo mangio lo stesso.
So che probabilmente sarà più difficile gestire la glicemia.
Ma scelgo anche di vivere quel momento.
Non sono una persona “fissata” con il cibo
Questa è un’altra cosa che mi piacerebbe far capire. Io conto i carboidrati. Ma non sono una persona che vive guardando le calorie.
Il mio rapporto con il cibo non è quello di chi pesa ogni cosa per paura di ingrassare. Il mio problema è un altro. Devo cercare di capire come quello che mangio influenzerà la mia glicemia. E non ci sono soltanto i carboidrati da considerare.
Anche la quantità e la composizione del pasto, compresi grassi e proteine, possono influenzare la risposta glicemica e rendere la gestione più complessa. È uno dei motivi per cui un pasto apparentemente semplice può diventare tutt’altro che semplice da gestire.
La conta dei carboidrati nel diabete di tipo 1
Per tanti anni ho vissuto il cibo cercando semplicemente di “stare attenta”. Solo circa quattro anni fa ho iniziato davvero a capire e applicare la conta dei carboidrati. Per me è stata una svolta. Ho iniziato a guardare il cibo con occhi diversi.
Non significa sapere sempre tutto.
Non significa riuscire sempre a fare il calcolo perfetto. Significa avere una maggiore consapevolezza. Sapere che una cosa è diversa dall’altra. Capire che la quantità conta. Imparare a fare delle stime quando non posso pesare.
E accettare anche che, nonostante tutto, a volte sbaglierò. Perché il diabete non è matematica perfetta.
Quando non puoi pesare quello che mangi
A casa mi sento molto più tranquilla.
Conosco gli alimenti.
Conosco le quantità.
Posso organizzarmi.
Per questo, forse, tendo anche a mangiare spesso le stesse cose. È la mia piccola zona di sicurezza. So cosa sto mangiando e so, più o meno, come il mio corpo reagisce. E in fondo c’è un’altra cosa che devo confessare: io odio cucinare. Lo odio davvero. Ma quanto amo mangiare!
E quindi, alla fine, cerco di trovare un equilibrio tra il mio amore per il cibo e la poca voglia di stare ai fornelli. A casa, quando mangio, tendo anche a seguire una mia abitudine: generalmente parto dalla verdura, poi mangio le proteine e infine i carboidrati. È il mio modo di organizzare il pasto e quello che nel tempo ho imparato a fare sentendomi più tranquilla.
Mangiare fuori con il diabete di tipo 1
Mangiare fuori è una delle cose che ancora oggi può mettermi in difficoltà.
Perché non so esattamente quanto sto mangiando.
Non posso pesare il cibo.
Non conosco sempre gli ingredienti.
Non so quanto grasso sia stato utilizzato.
Non so sempre come verrà preparato un piatto.
E c’è un’altra cosa che può spaventarmi: quando fare l’insulina?
Se non conosco bene quello che mangerò, se non so esattamente come sarà il pasto e quanto tempo impiegherò a mangiarlo, anche la gestione del momento dell’insulina può diventare fonte di preoccupazione. E così quello che per gli altri è: “Dove andiamo a cena?”.
Per me può diventare:
“Cosa mangerò?”
“Quanto mangerò?”
“Quanti carboidrati saranno?”
“Quando farò l’insulina?”
“E dopo cosa succederà alla glicemia?”
Tutto questo mentre cerco semplicemente di godermi una serata.
Pizza, fritto e dolci: quando la glicemia è più difficile da gestire
La pizza è uno degli esempi più classici. Posso mangiarla. Ma non significa che sia sempre semplice gestirla. Lo stesso vale per un fritto, per un dolce o per un aperitivo.
Ci sono alimenti che possono rendere la gestione della glicemia più imprevedibile e che richiedono più attenzione. Eppure io non voglio vivere evitando tutto.
Perché qualche volta voglio mangiare la pizza.
Voglio andare all’aperitivo.
Voglio mangiare un dolce.
Voglio stare a tavola con gli altri senza pensare continuamente al diabete.
E sì, qualche volta vorrei essere più ligia. Vorrei fare tutto “come si dovrebbe”. Ma non sempre ci riesco. E ho imparato che anche questo fa parte del percorso.
Non sono perfetta. Sono una persona che cerca di gestire al meglio una malattia cronica mentre, nel frattempo, cerca anche di vivere.
Quello che gli altri non vedono
Quando mi vedete mangiare una pizza, probabilmente vedete una ragazza che si sta godendo una pizza. Io, invece, potrei aver già fatto tantissimi pensieri.
Potrei aver controllato la glicemia.
Potrei aver contato i carboidrati.
Potrei aver fatto una stima.
Potrei aver pensato all’insulina.
E potrei continuare a pensarci anche dopo aver finito di mangiare. Questa è una delle parti più pesanti del diabete.
La fatica mentale.
Non è soltanto pungersi un dito.
Non è soltanto fare un’iniezione.
È prendere decisioni continuamente.
Anche quando sei stanca.
Anche quando sei al lavoro.
Anche quando sei in vacanza.
Anche quando sei fuori con gli amici.
Anche quando vorresti semplicemente non pensarci.
Diabete di tipo 1 e ipoglicemie: quando avere qualcuno accanto fa la differenza
C’è un’altra cosa che per me ha un valore enorme. Avere accanto qualcuno che sa cosa fare quando la mia glicemia è bassa. Qualcuno che non va nel panico. Qualcuno che sa che in quel momento ho bisogno di qualcosa che mi aiuti a far risalire la glicemia. Qualcuno che sa riconoscere una situazione che magari io, in quel momento, faccio fatica a gestire.
Può sembrare una piccola cosa. Per me non lo è. È una forma di cura.
È sapere che, per una volta, non devo essere io a sapere tutto e a gestire tutto.
Quando qualcuno cucina pensando a me
Forse è proprio per questo che oggi mi emoziona così tanto quando qualcuno cucina per me prestando attenzione al mio diabete. Non perché abbia bisogno che qualcuno mi prepari “il piatto perfetto”. Ma perché dietro quel gesto vedo qualcosa di molto più grande.
Vedo qualcuno che si è fermato a pensare:
“Lei questo lo può mangiare?”
“Come posso prepararglielo?”
“Come posso aiutarla?”
Da bambina ho sentito la mancanza di questa attenzione.
Oggi, quando qualcuno me la dà, la riconosco immediatamente.
E la apprezzo tantissimo.
Crescere con il diabete di tipo 1 mi ha insegnato una cosa
A 13 anni avrei voluto non avere tutte queste cose a cui pensare. Avrei voluto essere semplicemente una ragazzina. Avrei voluto mangiare il mio panino senza pensare a quello che sarebbe successo dopo. Avrei voluto non avere quella borsa enorme da portare in bagno. Avrei voluto non sentirmi diversa.
Oggi, però, guardando indietro, penso che quella bambina abbia imparato qualcosa di enorme.
Ha imparato ad ascoltare il proprio corpo.
Ha imparato a conoscere il cibo.
Ha imparato a fare scelte.
Ha imparato che non tutto può essere controllato.
E soprattutto ha imparato che prendersi cura di sé non significa smettere di vivere.
Non voglio una vita fatta di “non posso”
Il diabete farà sempre parte della mia vita.
Ci saranno giornate in cui sarò bravissima.
Giornate in cui sbaglierò.
Giornate in cui mangerò quello che so che sarà più difficile da gestire.
Giornate in cui vorrei essere più ligia e altre in cui avrò semplicemente bisogno di sentirmi libera.
E va bene così. Perché oggi non voglio più pensare: “Questo non posso mangiarlo.”
Voglio pensare: “Come posso gestirlo?”
Per me questa è la differenza tra vivere con il diabete e lasciare che il diabete decida come vivere.
E forse è proprio questo che avrei voluto sentirmi dire quando avevo 13 anni:
Non devi avere paura del cibo.
Devi imparare a conoscerlo.
E non devi essere perfetta.
Devi solo imparare, giorno dopo giorno, a prenderti cura di te.
E magari, ogni tanto, anche a goderti quella pizza.
Questo contenuto riflette esclusivamente l’esperienza personale dell’autore/autrice. Non ha lo scopo di dare consigli medici, né di sostituire il parere di un professionista.